Skip to content

Quanto stai davvero pagando per il tuo cloud?

Abbiamo affiancato un’azienda milanese nella valutazione del proprio contratto IaaS con dieci server virtuali.

Abbiamo confrontato quattro provider — Aruba, Azure, TIM e Google Cloud — e il risultato ha sorpreso anche noi: e non solo il prezzo!

Azure, Aruba, TIM o Google Cloud? Confronto completo di costi e prestazioni (2026)

Ogni anno, migliaia di aziende italiane rinnovano tacitamente il proprio contratto cloud senza mai chiedersi se esistano alternative più convenienti. Non per disattenzione, ma perché confrontare provider cloud è genuinamente difficile: i listini sono complessi, le configurazioni tecniche non sono standardizzate e il rischio di fare confronti sbagliati — e quindi scelte sbagliate — è concreto.
Qualche mese fa abbiamo affiancato una PMI milanese del settore servizi in questa analisi. L’azienda — che per ovvie ragioni di riservatezza non nominiamo — gestisce la propria operatività su una decina di server virtuali, tra cui server RDP per l’accesso remoto dei collaboratori, server applicativi, un file server e un domain controller. Un’infrastruttura comune, rappresentativa di molte aziende italiane tra i 30 e i 100 dipendenti. Il risultato dell’analisi ha prodotto alcune conclusioni interessanti — e qualche sorpresa — che vale la pena condividere.

Infrastruttura cloud analizzata: 10 VM e un contratto da rivedere

L’infrastruttura analizzata conta 10 server virtuali attivi: due server Remote Desktop Host (i più esigenti in termini di risorse), un gateway RDP, un server applicativo, un server file con volumi di storage considerevoli, un server web, un domain controller, un server per il CRM, un server con tool vari e infine un firewall WatchGuard virtuale.

In totale, la configurazione arriva a circa 170 GB di RAM, 45 vCPU, oltre 9.500 GB di storage, backup e firewall gestito.

Il contratto in essere è con Aruba, provider italiano che eroga il servizio su infrastruttura IaaS

Nota metodologica: per rendere il confronto comparabile abbiamo valutato solo le risorse: infrastruttura pura, senza manutenzione né monitoraggio.

I quattro provider sotto la lente

Provider A — infrastruttura Aruba (il contratto attuale)

Il provider attuale opera su datacenter Aruba in Italia e offre un servizio gestito completo. L’analisi è stata fatta sul data center di Aruba situato a Ponte San Pietro. Si tratta di un sito da oltre 200.000 m², progettato per garantire elevati livelli di resilienza, con impianti completamente ridondati, connettività carrier neutral e interconnessione diretta con il MIX di Milano. Il campus è conforme ai massimi livelli di resilienza Rating 4 ANSI/TIA-942 e alle norme ISO 22237, con un forte focus su efficienza energetica e utilizzo di fonti rinnovabili. Un ulteriore valore distintivo è la trasparenza: è possibile visitare personalmente il data center, per vedere concretamente dove risiedono i propri dati e comprendere il livello reale dell’infrastruttura. Aruba offre inoltre un Cloud Bare Metal Backup basato su Veeam

NB: l’offerta è quella di un Virtual private cloud, che scegliamo di proteggere con firewall virtuale dedicato

Provider B — Google Cloud Platform

Abbiamo valutato diverse configurazioni su Google Cloud, tutte su region europea (Belgio), utilizzando il calcolatore ufficiale Google Cloud. Le stime del calcolatore Google mostrano solo compute e storage. Per un’infrastruttura produttiva equivalente a quella analizzata, mancano però sistematicamente componenti fondamentali: backup agent strutturato (Veeam o equivalente), firewall gestito con licenza enterprise e monitoraggio attivo. Aggiungendo questi elementi, il costo reale GCP aumenta in modo rilevante rispetto alla stima iniziale.

NB: il prezzo “nudo” di Google inganna molto. Backup solo con snapshot, nessun firewall enterprise, data center fuori Italia, nessun monitoraggio attivo. Il sistema inoltre ha complessità maggiore e ciò aumenta i costi di gestione.

 Provider C — Microsoft Azure

Abbiamo ricostruito la configurazione Azure equivalente usando i listini pubblici ufficiali Microsoft, scegliendo le serie più adatte: D-series (general purpose) per la maggior parte delle VM, E-series (memory-optimized) per i nodi con più RAM. Hyperscaler con datacenter in Italia (Italy North — Milano)

NB: Backup, firewall e monitoraggi non inclusi e quindi da configurare a parte

Provider D — TIM Cloud

TIM Enterprise offre il servizio Virtual Data Center su datacenter italiani. Il modello è a pool di risorse: il cliente acquista un blocco di CPU, RAM e storage e vi distribuisce le VM come preferisce.  Il datacenter è in Italia.

NB: il firewall è condiviso, il backup non garantisce l’Instant File-Level Recovery e non è presente la dashboard con il monitoraggio storico delle risorse

Azure, Aruba, TIM o Google Cloud? Confronto completo di costi e prestazioni (2026)
Il confronto DEI PREVENTIVI: cosa emerge davvero

Abbiamo costruito il confronto su un unico livello rigoroso: infrastruttura pura senza servizi gestiti, ma a parità reale di risorse — stessa CPU, stessa RAM, stesso storage, stesso backup, stesso firewall.

È l’unico modo per non confrontare mele con arance.

Il prezzo del cloud non è il costo delle VM. È tutto il resto.

Per rendere il confronto davvero omogeneo abbiamo equiparato tutte le configurazioni alla stessa baseline: ~45 vCPU, ~170 GB RAM, 9.500 GB di storage.

Benchmark prezzi cloud
Azure, Aruba, TIM o Google Cloud? Confronto completo di costi e prestazioni (2026)
Confronto finale rispetto ad Aruba
Microsoft Azure
+10–15%
Più vicino ad Aruba tra gli hyperscaler analizzati, ma comunque più alto a parità reale di configurazione.
TIM Cloud
+20–25%
Costo superiore rispetto ad Aruba nel caso analizzato, pur con datacenter italiani.
Google Cloud
+40–45%
Il divario cresce quando si includono i componenti indispensabili per un ambiente realmente produttivo.

Cloud italiani vs hyperscaler: cosa cambia davvero

Uno degli aspetti più interessanti emersi dal confronto è proprio questo: un provider italiano non è necessariamente meno competitivo di un hyperscaler globale. Anzi, in questo caso specifico, il provider percepito come premium si è rivelato il più conveniente a parità di risorse e servizi realmente necessari.

Senza un confronto corretto tra prezzi cloud, performance cloud e componenti essenziali di produzione, il rischio di sovrastimare la convenienza del listino “base” è altissimo.

Le tre lezioni di questa analisi

1. Il prezzo nudo non esiste

La prima cosa che abbiamo imparato — o meglio, confermato — è che il prezzo pubblicato da un cloud provider non è mai il prezzo reale. Ogni configurazione apparentemente “economica” nasconde voci che prima o poi dovranno essere aggiunte: backup serio, firewall che protegge davvero, monitoraggio che avvisa prima che si rompa qualcosa.

Chi non le inserisce nel confronto non sta confrontando la stessa cosa. Nel caso analizzato, le voci mancanti nei preventivi GCP arrivavano a rappresentare oltre il 25% del costo totale.

2. A parità reale di risorse, il provider “caro” spesso non lo è

Il dato più controintuitivo dell’analisi è che il provider attuale — quello percepito dal cliente come “il più caro” — risulta in realtà il più conveniente a parità di risorse e servizi, una volta equiparati CPU, storage, backup e firewall su tutti i provider.

Va fatta anche molta attenzione al vincolo di un firewall condiviso invece che dedicato.

Cosa non fare mai in un confronto cloud
  • Backup non incluso = rischio dati
  • Firewall base o condiviso ≠ firewall avanzato gestito
  • Snapshot ≠ Soluzione di backup dedicata (Veeam, Acronis, etc.)
  • CPU nominale ≠ CPU garantita
  • Confrontare prezzi senza parità di servizi

3. La conclusione che vale per tutti => Azure, Aruba, TIM o Google Cloud? Confronto completo di costi e prestazioni (2026)-

La decisione di cambiare provider va presa con dati corretti in mano: confronti omogenei, risorse equiparate, nessuna voce nascosta.

Chi si muove solo sul prezzo base finisce per pagare di più — in fatture separate e in rischi non coperti.

Vuoi sapere quanto stai pagando in più?

Con Ventunocento analizziamo la tua infrastruttura cloud attuale e ti forniamo un confronto reale tra provider cloud, costi effettivi e componenti realmente necessari.

Parliamone →

Un confronto fatto bene può evitare costi nascosti, errori di valutazione e rischi operativi.
Se il tuo contratto cloud si rinnova da anni, questo è il momento giusto per rivederlo.
NOTE: L’analisi è stata condotta su dati reali raccolti nel primo trimestre 2026. I preventivi sono stati chiesti direttamente dal cliente ai vari rivenditore e poi è stata chiesta la nostra consulenza per la decisione finale. I provider e le configurazioni sono stati anonimizzati o generalizzati per tutelare la riservatezza del cliente. Le percentuali indicate sono basate su configurazioni equiparate e possono variare in base a volumi, negoziazioni commerciali e condizioni contrattuali specifiche.

 

Il cloud da solo non basta: cosa fa davvero la differenza

Un altro aspetto che spesso viene sottovalutato nei confronti tra provider cloud è questo: l’infrastruttura da sola non è sufficiente.  CPU, RAM e storage sono solo la base. Quello che fa davvero la differenza è tutto ciò che viene costruito sopra: manutenzione, sicurezza, controllo e continuità operativa.

Il valore aggiunto Ventunocento

Affianchiamo all’infrastruttura cloud una serie di servizi fondamentali per garantire stabilità e sicurezza nel tempo:

  • Backup strutturati e verificati (non semplici snapshot)
  • Monitoraggio continuo delle risorse e alert proattivi
  • Firewall gestito e sicurezza perimetrale avanzata
  • Controllo sensori e infrastruttura (carico, prestazioni, anomalie)
  • Manutenzione continua e aggiornamenti
  • Supporto tecnico e intervento rapido in caso di criticità

In altre parole: non forniamo solo “cloud”, ma un’infrastruttura operativa completa, progettata per funzionare davvero in produzione, ogni giorno.

È qui che spesso si gioca la vera differenza di costo — e di affidabilità.

Perché conviene andare in cloud — e lasciare in sede solo il networking

Prima di parlare di quale cloud scegliere, vale la pena rispondere a una domanda più fondamentale: perché andarci? Soprattutto per quelle aziende che ancora oggi gestiscono i propri server fisicamente in sede — in un locale tecnico, in una stanza attrezzata o, peggio, sotto la scrivania dell’ufficio IT.

La risposta ha a che fare con una distinzione che spesso non viene fatta abbastanza chiaramente: il networking appartiene all’edificio, i server appartengono al cloud. Sono due infrastrutture con logiche diverse, requisiti diversi e rischi diversi. Tenerle insieme nello stesso luogo fisico significa esporre entrambe agli stessi punti di fallimento: un’interruzione di corrente, un guasto al raffreddamento, un allagamento, un furto.

Cosa rimane in sede — e perché

Il networking locale — switch, access point Wi-Fi, stampanti, telefoni VoIP, sistemi di controllo accessi — deve stare in sede perché serve fisicamente quella sede. Non si virtualizza, non si delocalizza. I server invece non hanno motivo di stare in un armadio rack dell’ufficio: servono connettività, sicurezza, ridondanza e continuità operativa — tutte cose che un datacenter professionale garantisce in modo nettamente superiore a qualsiasi infrastruttura interna aziendale.

I vantaggi concreti del cloud rispetto all’on-premise

I numeri che fanno riflettere

Nelle analisi che conduciamo con i nostri clienti, il costo reale di un server on-premise — hardware, licenze, energia elettrica, raffreddamento, manutenzione, sostituzione ciclica — supera spesso del 20–30% il costo di una configurazione cloud equivalente, calcolato sull’intero ciclo di vita triennale dell’hardware.

Prevedibilità della spesa. Con un server fisico in sede i costi sono irregolari: acquisto iniziale, garanzia estesa, sostituzione di un disco, gruppo di continuità scarico. Con il cloud la spesa è un canone mensile fisso, senza sorprese. Il budget IT diventa pianificabile.

Continuità operativa. Un datacenter professionale ha ridondanza elettrica, raffreddamento ridondato, connettività carrier-neutral e personale tecnico H24. Se va via la corrente in sede il networking si interrompe — ma i server cloud continuano a funzionare, e i collaboratori in smartworking non si accorgono di nulla.

Sicurezza. I ransomware colpiscono prevalentemente infrastrutture on-premise mal presidiate. Un server in cloud, aggiornato, monitorato, con autenticazione e permessi ben gestiti, backup Veeam automatizzati, firewall gestito e accesso VPN protetto da MFA, è strutturalmente più difficile da compromettere rispetto a un server fisico raggiungibile sulla rete locale aziendale.

Scalabilità. Aggiungere risorse a un server fisico significa comprare hardware e aspettare la consegna. Aggiungere risorse a un server cloud significa una telefonata e qualche click.

Il local server room è il fax del decennio scorso: tecnicamente funziona ancora, ma ogni anno che passa costa di più mantenerlo rispetto alle alternative.

Sei ancora on-premise?

Il momento migliore per passare al cloud era ieri.
Il secondo migliore è oggi.

Se gestisci ancora server fisici in sede, probabilmente stai pagando di più di quanto pensi — in hardware, energia, rischio operativo e tempo dei tuoi tecnici. Una call di 60 minuti è sufficiente per capire se e quanto conviene fare il passo.

Analizziamo insieme la tua situazione: costi reali, rischi concreti e un piano di migrazione realistico — senza impegno e senza costi.

Prenota una call o incontro gratuita e scopri qual è il miglior CLOUD per la tua azienda→

60 min
call o INCONTRO gratuit0
0 €
nessun impegno
–30%
risparmio medio stimato
Torna su